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L'infermiere è ancora vissuto come il braccio operativo del medico, una sorta di jolly a disposizione della corsia ospedaliera. Invece, con questo nuovo corso di studi, è diventato un professionista con profonde conoscenze e responsabilità, sia in campo clinico che gestionale, con concrete prospettive di carriera e di sviluppo personale.
A creare questa distorsione della figura dell'infermiere ha contribuito, di certo, anche la stampa nazionale, nella quale si traccia un profilo piuttosto grezzo ed ingenuo, più affine a talune macchiette della commedia all'italiana che ad un qualificato e indispensabile professionista della salute.
Fortunatamente il recente passato ha restituito all'infermiere un'immagine
più aderente alla realtà, per merito di un serial televisivo
statunitense di grande successo, nel quale si narrano le vicende di un équipe
di medici ed infermieri impegnati nel reparto di pronto soccorso di un ospedale metropolitano.
Ma un telefilm di successo non può certo bastare.
Anche perché l'infermiere è una figura che solitamente non
compare nella vita quotidiana, se non nel momento del bisogno, quando diventa
quasi un angelo salvatore.
In quel momento tutti comprendono la basilarità delle sue prestazioni.
Percepiscono quanto sia determinante lo strumentista di sala operatoria, e quanto non si possa fare a meno di assistenza qualificata
durante una lunga difficile gravidanza.
Vedono l'infermiere come mandato dalla provvidenza quando si occupano con pazienza e modi garbati di un anziano
o gestiscono un caso di emergenza nella quale la vita dell'assistito è in pericolo.
Ma è proprio quando la medicina si dichiara sconfitta che l'infermiere mostra la sua più vera essenza, diventando l'ultimo
riferimento per il controllo del dolore ed il sostegno psicologico a pazienti e familiari.
Ma tutto questo non fa notizia e non appare sui giornali, sempre molto disponibili
ad ospitare un nuovo scandalo di malasanità, che per altro quando
si dovesse verificare dovrà giustamente essere stigmatizzato con la giusta forza.
Fortunatamente l'Italia annovera una percentuale di errori davvero molto bassa sia nelle prestazioni sanitarie che nelle lamentele
relative comportamenti scorretti.